mercoledì 14 settembre 2011

CI SIAMO TRASFERITI

CI SIAMO TRASFERITI.
IL NUOVO INDIRIZZO E' :

www.francescobarilaro.wordpress.com

martedì 10 maggio 2011

Osama, le tre violazioni americane

Mi duole dirlo perché, come molti lettori di Repubblica, ritengo che gli Stati Uniti siano una grande democrazia dotata di alcune ottime istituzioni e che molti politici e intellettuali statunitensi abbiano tanto da insegnarci, a noi europei. Mi duole dirlo, ma l'uccisione di Bin Laden ha costituito una seria violazione di almeno due di tre principi etico-giuridici fondamentali.



Anzitutto, informazioni iniziali intorno a un suo "corriere" sono state acquisite attraverso la tortura, autorizzata ufficialmente e mai condannata, neanche ai più alti vertici degli Usa. La norma che vieta la tortura e non la giustifica mai, dico mai, è diventata un "principio costituzionale" della comunità internazionale, e a nessuno dovrebbe essere consentito di infrangerla senza essere debitamente processato e punito. Stranamente Panetta, l'attuale capo della Cia e prossimo Segretario alla Difesa, nel 2008 condannò la tortura osservando che non può essere giustificata da ragioni di sicurezza nazionale. Poi nel febbraio 2009, davanti al Senato, affermò che l'annegamento simulato (waterboarding) era sì illegale ma, se egli fosse stato nominato capo della Cia, non avrebbe punito coloro che lo avessero commesso. Stupefacente! La tortura rimane illegittima anche nei casi in cui essa consente di ottenere utili informazioni. Chi ha torturato va punito anche in questi casi, per riaffermare il valore supremo di quel divieto.



La seconda violazione è consistita nel compiere una operazione militare in territorio pakistano senza il consenso di quello Stato. In una parola, è stata violata la sovranità del Pakistan. Ma qui Obama può invocare importanti esimenti. Islamabad aveva l'obbligo nei confronti di tutta la comunità internazionale di reprimere il terrorismo e non lo ha fatto. Questo obbligo era rafforzato da quello assunto bilateralmente nei confronti degli Usa di ricercare e arrestare Bin Laden, obbligo che aveva come "corrispettivo" la consegna statunitense al Pakistan di un miliardo di dollari l'anno. Nell'omettere platealmente e per molti annidi adempiere quell'obbligo il Pakistan ha in un certo senso legittimato una "azione sostitutiva". Il raid statunitense può essere equiparato, per certi aspetti, a quelle operazioni di salvataggio dei propri cittadini, tipo Congo (intervento dei belgi nel 1960) o Entebbe (intervento israeliano nel 1976), che sono state ritenute legittime in passato.



La terza violazione è quella di un principio fondamentale di civiltà giuridica. Uno Stato democratico non può trasformarsi in assassino, tranne che in due casi. Anzitutto nell'ipotesi di violenza bellica in atto. Ma tra gli Usa e Al Qaeda non c'è guerra, né internazionale né civile; l'azione statunitense contro le reti terroristiche di Al Qaeda è solo azione di polizia che, se intende dispiegarsi a livello internazionale, ha bisogno della cooperazione delle forze dell'ordine degli altri Stati, gli Usa non essendo un gendarme planetario. Del resto, anche in una guerra internazionale il nemico può essere ucciso solo in campo di battaglia, non a casa sua, tranne che si difenda con le armi, sparando e uccidendo; se sorpreso inerme nella sua dimora, va catturato e, se autore di crimini di guerra, processato. L'altro caso in cui lo Stato può uccidere legalmente è quando deve far eseguire con la forza ordini legittimi contro persone che deliberatamente si sottraggono all'arresto (ad esempio, si può uccidere un rapinatore che tenta di scappare sparando contro i poliziotti che cercano di catturarlo). Se uno Stato accusa uno straniero di crimini gravissimi, lo arresta (o la fa arrestare all'estero dalle autorità del luogo) e lo processa. Nel caso di Bin Laden tutto lascia pensare che l'ordine fosse di ucciderlo: era disarmato; ha opposto qualche resistenza facilmente superabile da uomini armati fino ai denti. Qui i principi etico-giuridici sono chiari. Averli trasgrediti è grave.



Mettetevi però nei panni di Obama: egli sapeva che un processo, davanti a un tribunale statunitense o internazionale, sarebbe durato per lo meno due anni (fra istruttoria, dibattimento e sentenza), con Bin Laden detenuto. Obama deve aver pensato agli innumerevoli atti terroristici che Al Qaeda avrebbe scatenato nel mondo, durante il processo. E poi: dove detenere Bin Laden, a Guantànamo, che si cerca di chiudere al più presto possibile, o in un carcere in territorio statunitense, dove nessuna delle autorità statali lo prenderebbe, per ragioni di ordine pubblico? E come evitare che Bin Laden trasformasse l'aula giudiziaria in una tribuna politica, come hanno fatto Milosevic e Karadzic all'Aja? Un processo avrebbe anche portato alla luce le collusioni della Cia con Bin Laden ai tempi dell'invasione russa dell'Afghanistan, non ché gli ambigui rapporti della Cia con l'ex capo dei servizi segreti sudanesi, Sala Gosh, per un tempo protettore di Bin Laden in Sudan. Si sarebbe trattato inoltre di un processo nel quale la presunzione di innocenza di cui avrebbe dovuto godere l'accusato sarebbe stata minima e lo sbocco finale scontato. Obama ha così optato per l'opportunità politica contro valori morali e giuridici. Il che non giustifica affatto la sua decisione, ma permette di comprenderne le motivazioni. Resta il fatto che ancora una volta la Realpolitik ha battuto l'etica ed il diritto.



Il blitz ad Abbottabad solleva un problema più generale. Negli Usa, le autorità di polizia non procederebbero mai alla tortura, perché è vietata, e inoltre ogni prova ottenuta con quei metodi non avrebbe alcun valore in un processo. Inoltre l'uso di armi letali da parte delle forze dell'ordine è strettamente regolato, e lo "stato di diritto" esige che non si possano commettere "esecuzioni extragiudiziali". Tutte queste protezioni valgono per cittadini statunitensi o per gli stranieri che abbiano commesso un reato contro un cittadino Usa. Ma dal 2011 gli Usa hanno creato un limbo sia giuridico sia territoriale (Guantànamo) per presunti terroristi stranieri, tra l'altro ammettendo la tortura. Ed ora di fatto ammettono anche le "esecuzioni extragiudiziali" con blitz all'estero. Bisogna dunque chiedersi se gli Usa ritengano che la "supremazia del diritto" valga solo al loro interno, mentre perde ogni valore nel campo delle relazioni internazionali. Se così fosse, dovremmo seriamente preoccuparci per le prossime mosse della Superpotenza planetaria, oggi ancora guidata da un uomo che, almeno a parole, dice di credere nel diritto e nella giustizia.




di Antonio Cassese, da Repubblica, 6 maggio 2011









mercoledì 2 marzo 2011

CONCORRENZA SLEALE

Lo Stato di Israele spende ogni anno milioni di euro per promuovere la propria immagine nel mondo e, nel contempo, diffamare gli avversari e, in generale, chi dissente dalle sue politiche. L’aspetto propagandistico è molto importante per un Paese che si trova a dover fronteggiare l’ostilità di gran parte dell’opinione pubblica internazionale, nonostante le ingenti risorse di cui dispone e la collaborazione di molti opinion makers legati alle lobbies israeliane.

Dopo l’aggressione alla Striscia di Gaza ed il massacro dei nove attivisti della Freedom Flotilla, l’immagine dello Stato di Israele nel mondo si è ulteriormente deteriorata, rafforzando le campagne di boicottaggio già in atto da alcuni anni. Consapevoli di questa realtà, le autorità israeliane hanno aumentato gli investimenti sul terreno della propaganda e della disinformazione, con una particolare attenzione verso le nuove tecnologie comunicative, come internet ed i social network. Gli elementi di fondo della grancassa israeliana sono rimasti sostanzialmente quelli di sempre: rappresentazione di Israele come baluardo della democrazia occidentale in un mondo arabo in preda al fondamentalismo, giustificazione del genocidio palestinese in nome della lotta al terrorismo e diffamazione di critici ed avversari, sistematicamente presentati come antisemiti, senza riguardo nemmeno per i numerosi Ebrei contrari all’occupazione ed alla repressione dei Palestinesi.
Israele, dunque, impegna risorse notevoli, sia finanziarie che umane, per contrastare gli avversari delle proprie politiche, ricorrendo senza scrupoli ad ogni forma possibile di mistificazione e diffamazione. Per esempio, non potendo negare l’assassinio dei nove attivisti della Freedom Flotilla, la propaganda israeliana ha cercato di farli passare per terroristi o fiancheggiatori del terrorismo: ricordiamo qui la vicenda della parlamentare italiana Fiamma Nirenstein, che per mesi ha detto e scritto che l’associazione turca IHH, cui appartenevano gli attivisti assassinati, era un’organizzazione terroristica riconosciuta, messa al bando dalla Germania e inserita nella black list del Dipartimento di Stato U.S.A. Smascherata in una conferenza stampa dagli attivisti della Freedom Flotilla Italia, che hanno dimostrato come l’organizzazione fuorilegge in Germania e negli U.S.A. fosse in realtà una formazione tedesca, che con l’associazione umanitaria turca IHH aveva in comune solo l’acronimo, la (poco) onorevole Nirenstein si è ben guardata dallo scusarsi per le sciocchezze che aveva diffuso a piene mani, ma, almeno, ha cambiato argomenti.
A parte gli alti e bassi dal punto di vista dell’efficacia, l’impegno israeliano contro i critici è obiettivamente ragguardevole. Non si capisce, quindi, perché ci sia gente che tenta di rubare il lavoro a chi già lo svolge con tanta dedizione e competenza.
Doversi misurare con la propaganda israeliana è un fattore che ogni attivista solidale con la Palestina ha sempre messo in conto. Diversamente, da quando è iniziata la preparazione della partecipazione italiana alla nuova Freedom Flotilla, che il prossimo maggio punterà nuovamente verso Gaza assediata, è iniziato “anche dentro ambiti di movimento” un lavoro – fantasioso ma certosino – di diffamazione dell’iniziativa, che aiuta e aiuterà parecchio la black propaganda israeliana, proprio perché animata da soggetti diversi, tutti interni – o ritenuti tali – al movimento di solidarietà con il popolo palestinese. Nell’ordine, la neonata Freedom Flotilla Italia è stata velatamente o apertamente accusata di:
  •  collaborazionismo con il governo turco nella repressione dei Curdi, a causa della presenza nella coalizione internazionale della Freedom Flotilla 2 dell’associazione turca IHH;
  •  agire nel solo interesse di Hamas e del fondamentalismo islamico;
  •  essere infiltrata dai fascisti;
  •  essere finanziata da non si sa chi;
  •  essere finanziata dai fascisti, attraverso un’associazione di estrema destra guidata da personaggi coinvolti nell’arruolamento di mercenari per guerre e regimi di diversi Paesi.
Per la verità, qualcuno (sempre da “sinistra”) ha adombrato anche un interessamento verso la Freedom Flotilla da parte di Al Qaeda, ma questa versione non è andata oltre il sussurro da corridoio, mentre tutto il resto è stato veicolato con migliaia di e-mail, comunicazioni più o meno “confidenziali”, interventi in riunioni, ecc.
A promuovere e condurre questa capziosa campagna diffamatoria sono forze e soggetti diversi, ma tutti, ufficialmente, solidali con il popolo palestinese: si tratta principalmente di esponenti di ONG finanziate sia da governi di sinistra che di destra (a seconda di chi governa, ovviamente), ma non mancano i settori “antagonisti” un po’ troppo islamofobi o semplici scriteriati appassionati del gossip.
Questo intenso lavorio ovviamente non ha né fermato e nemmeno rallentato la crescita della coalizione italiana per la Freedom Flotilla 2, ma ha provocato un comprensibile malessere ed una certa confusione in alcune aree di movimento.
Ora, a noi piace essere chiari: i nostri obiettivi e finalità sono indicati nel Manifesto della Freedom Flotilla 2, nel quale, fra l’altro, si può leggere che “Ci riconosciamo nei valori fondamentali dell’antifascismo, della solidarietà e del diritto all’autodeterminazione dei popoli”. La Freedom Flotilla è un’iniziativa della società civile internazionale in solidarietà con la società civile palestinese, dunque senza sponsorizzazioni politiche e/o governative, né in Italia, né altrove. I fondi per la realizzazione dell’iniziativa provengono (in Italia come in Francia, in Canada, in Spagna e in tutti i Paesi che parteciperanno) da donazioni, cene sociali, concerti e sottoscrizioni effettuate in diverse occasioni, naturalmente anche da parte di decine di migliaia di cittadini di religione musulmana e persino di pelle scura, i quali – a nostro modesto avviso – hanno gli stessi diritti di quelli di pelle bianca che professano altre religioni o non professano alcuna religione.
Detto questo, ci sentiamo in dovere di lanciare un appello ai nostri denigratori “di movimento”, coerentemente con le nostre convinzioni sociali ed umanitarie. Per favore, smettetela di alimentare un meccanismo che semplifica il lavoro agli apparati ideologici e propagandistici israeliani! A fare questo lavoro ci pensano già Fiamma Nirenstein, Pierluigi Battista, Magdi Allam, che non sanno più cosa inventarsi. E allora, perché vi inventate tutto voi?
Per quanto ci riguarda, questo è un passo e chiudo.

In solidarietà,
il Coordinamento Nazionale della Freedom Flotilla Italia

ForumPalestina

giovedì 27 gennaio 2011

ISRAELE VERGOGNATI ! La memoria dimenticata dalle vittime........


[…]c’è un termine in ebraico, sudar, con cui si indica il sudario, e che in ebraico moderno significa sciarpa, scialle. E’ un termine che è indicato ben undici volte nella Mishnà, la codificazione della Torah orale, che raccoglie le principali opinioni degli scribi e dei rabbini sui problemi della legge.


“si mette un sudar duro in uno morbido e si avvolge il collo del condannato. Due boia tirano i due lembi di questa sciarpa in senso contrario, finchè il condannato apre la bocca per poter versare nei suoi visceri piombo fuso…”


Il destino di Gaza e dei Palestinesi e’ scritto!



La giornata della memoria dimentica le vittime ed esalta i carnefici

Che dirò ai miei studenti nel giorno della memoria?
«Hai fatto una strage di bambini e hai dato la colpa ai loro genitori dicendo che li hanno usati come scudi. Non so pensare a nulla di più infame […] li hai chiusi ermeticamente in un territorio, e hai iniziato ad ammazzarli con le armi più sofisticate, carri armati indistruttibili, elicotteri avveniristici, rischiarando di notte il cielo come se fosse giorno, per colpirli meglio. Ma 688 morti palestinesi e 4 israeliani non sono una vittoria, sono una sconfitta per te e per l’umanità intera».
[Stefano Nahmad, la cui famiglia ha subito le persecuzioni naziste]

Insegno in una scuola serale per lavoratori, in gran parte stranieri.
E’ un ottimo osservatorio per capire quel che accade nel mondo. L’anno scorso, avvicinandosi il giorno della memoria che ogni anno si celebra nelle scuole, leggemmo brani dal libro Se questo è un uomo di Primo Levi. Avevamo parlato molto della questione ebraica, e della storia del popolo ebreo dalle epoche lontane al ventesimo secolo. Proposi che tutti scrivessero un breve testo sugli argomenti di cui avevamo parlato.
Claude D, un ragazzo senegalese di circa venti anni, piuttosto pigro ma dotato di vivacissima intelligenza concluse il suo lavoro con queste parole: «Ogni anno si fanno delle cerimonie per ricordare lo sterminio degli ebrei, ma gli ebrei non sono i soli che hanno subito violenza. Perché ogni anno dobbiamo stare lì a sentire i loro pianti quando altri popoli sono stati ammazzati ugualmente e nessuno se ne preoccupa?»
Questa frase mi colpì, e decisi di proporla alla discussione della classe, in cui oltre Claude c’erano cinque italiani due marocchini un peruviano una brasiliana, un somalo, due ragazze romene una ucraina e due russi. L’opinione di Claude era quella di tutti. Sia ben chiaro: nessuno mise in dubbio la verità storica dell’Olocausto, neppure Yassin, un ragazzo marocchino appassionato alla causa palestinese e sempre pronto a criticare con durezza Israele. Tutti avevano seguito con attenzione e partecipazione la lettura delle pagine di Primo Levi.
Però tutti mi chiedevano: perché non si fanno cerimonie pubbliche dedicate allo sterminio dei rom, dei pellerossa, o allo sterminio in corso dei palestinesi? Claude a un certo punto uscì fuori con una frase che non potevo contestare: perché nessuno ha pensato a un giorno della memoria dedicato all’olocausto africano? Pensai ai milioni di suoi antenati deportati da negrieri schiavisti, pensai all’irreparabile danno che questo ha prodotto nella vita dei popoli del golfo d’Africa occidentale, e conclusi il discorso in maniera che a tutti apparve risolutiva [vorrei quasi dire salomonica]: «Nel giorno della memoria si ricorda l’Olocausto ebraico perché attraverso questo sacrificio si ricordano tutti gli Olocausti sofferti dai popoli di tutta la terra».
Ammesso che la parola «identità» significhi qualcosa, e non lo credo, per me l’identità non è definita dal sangue e dalla terra, blut und boden come dicono i romantici tedeschi, ma dalle nostre letture, dalla formazione culturale e dalle nostre mutevoli scelte. Perciò io affermo di essere ebreo. Non solo perché ho sempre avuto un interesse fortissimo per le questioni storiche e filosofiche poste dall’ebraismo della diaspora, non solo perché ho letto con passione Isaac Basheevis Singer e Abraham Jehoshua, Gerhom Sholem, Akiva Orr, Else Lasker Shule e Daniel Lindenberg, ma soprattutto perché mi sono sempre identificato profondamente con ciò che definisce l’essenza culturale dell’ebraismo diasporico. Nell’epoca moderna gli ebrei sono stati perseguitati perché portatori della Ragione senza appartenenza. Essi sono l’archetipo della figura moderna dell’intellettuale. Intellettuale è colui che non compie scelte per ragioni di appartenenza, ma per ragioni universali. Gli ebrei, proprio perché la storia ha fatto di loro degli apatridi, hanno avuto un ruolo fondamentale nella costruzione della figura moderna dell’intellettuale ed hanno avuto un ruolo fondamentale nella formazione dell’Illuminismo e della laicità, e anche dell’internazionalismo socialista.
Come scrive Singer, nelle ultime pagine del suo Meshugah, «La libertà di scelta è strettamente individuale. Due persone insieme hanno meno libertà di scelta di quanto ne abbia una sola, le masse non hanno virtualmente nessuna possibilità di scelta».
Per questo io sono ebreo, perché non credo che la libertà stia nell’appartenenza, ma solamente nella singolarità. So bene che nel ventesimo secolo gli ebrei sono stati condotti dalla forza della catastrofe che li ha colpiti, a identificarsi come popolo, a cercare una terra nella quale costituirsi come stato: stato ebraico. E’ il paradosso dell’identificazione. I nazisti costrinsero un popolo che aveva fatto della libertà individuale il valore supremo ad accettare l’identificazione, la logica di appartenenza e perfino a costruire uno stato confessionale che contraddice le premesse ideologiche che proprio il contributo dell’ebraismo diasporico ha introdotto nella cultura europea.
In Storia di amore e di tenebra scrive Amos Oz: «Mio zio era un europeo consapevole, in un’epoca in cui nessuno in Europa si sentiva ancora europeo a parte i membri della mia famiglia e altri ebrei come loro. Tutti gli altri erano panslavi, pangermanici, o semplicemente patrioti lituani, bulgari, irlandesi slovacchi. Gli unici europei di tutta l’Europa, negli anni venti e trenta, erano gli ebrei. In Jugoslavia c’erano i serbi i croati e i montenegrini, ma anche lì vive una manciata di jugoslavi smaccati, e persino con Stalin ci sono russi e ucraini e uzbeki e ceceni, ma fra tutti vivono anche dei nostri fratelli, membri del popolo sovietico».
Il mio punto di vista sulla questione mediorientale è sempre stato lontano da quello dei nazionalisti arabi. Avrei mai potuto sposare una visione nutrita di autoritarismo e di fascismo? E oggi potrei forse sposare il punto di vista dell’integralismo religioso che pervade la rabbia dei popoli arabi e purtroppo ha infettato anche il popolo palestinese nonostante la sua tradizione di laicismo? Proprio perché non ho mai creduto nel principio identitario non ho mai provato particolare affezione per l’idea di uno stato palestinese. I palestinesi sono stati costretti all’identificazione nazionale dall’aggressione israeliana che dal 1948 in poi si è manifestata in maniera brutale come espulsione fisica degli abitanti delle città, come cacciata delle famiglie dalle loro abitazioni, come espropriazione delle loro terre, come distruzione della loro cultura e dei loro affetti.
«Due popoli due stati» è una formula che sancisce una disfatta culturale ed etica, perché contraddice l’idea -profondamente ebraica – secondo cui non esistono popoli, ma individui che scelgono di associarsi. E soprattutto contraddice il principio secondo cui gli stati non possono essere fondati sull’identità, sul sangue e sulla terra, ma debbono essere fondati sulla costituzione, sulla volontà di una maggioranza mutevole, cioè sulla democrazia.
Pur avendo un interesse intenso per l’intreccio di questioni che la storia ebraica passata e recente pone al pensiero, non ho mai scritto su questo argomento neppure quando l’assedio di Betlemme o il massacro di Jenin o l’orribile violenza simbolica compiuta da Sharon nel settembre del 2000 o i bombardamenti criminali dell’estate 2006 provocavano in me la stessa ribellione e lo stesso orrore che provocavano gli attentati islamici di Gerusalemme o di Netanja o gli omicidi casuali di cittadini israeliani provocati dal lancio di razzi Qassam.
Non ho mai scritto nulla, mi dispiace doverlo dire, perché avevo paura. Come ho paura adesso, non lo nascondo. Paura di essere accusato di una colpa che considero ripugnante – l’antisemitismo. So di poter essere accusato di antisemitismo a causa della convinzione, maturata attraverso la lettura dei testi di Avi Shlaim, e di cento altri studiosi in gran parte ebrei, che il sionismo, discutibile nelle sue scelte originarie, si è evoluto come una mostruosità politica. Pur avendo paura non posso però più tacere dopo aver discusso con lo studente Claude.
Considero il sionismo causa di infinite ingiustizie e sofferenze per il popolo palestinese, ma soprattutto lo considero causa di un pericolo mortale per il popolo ebraico. A causa della violenza sistematica che il sionismo ha scatenato negli ultimi sessant’anni, la bestia antisemita sta riemergendo, e sta diventando maggioritaria se non nel discorso pubblico nel subconscio collettivo.
Dato che non è possibile affermare a viso aperto che il sionismo è una politica sbagliata che produce effetti criminali, molti non lo dicono, ma non possono impedirsi di pensarlo.
Aprendo la discussione sulle parole dello studente Claude, ho scoperto che gli altri studenti, italiani e marocchini, romeni e peruviani, che pure nel loro svolgimento avevano trattato la questione secondo gli stilemi politicamente corretti, costretti ad approfondire il ragionamento e a far emergere il loro vero sentimento, finivano per identificare il sionismo con il popolo ebraico e quindi a ripercorrere la strada che conduce verso l’antisemitismo. Considerando criminale e arrogante il comportamento dello stato di Israele, identificandosi spontaneamente con il popolo palestinese vittimizzato, finivano inconsapevolmente per riattivare l’antico riflesso anti-ebraico.
Proprio la rimozione e il conformismo che si coltivano nel giorno della memoria stanno producendo nel subconscio collettivo un profondo antisemitismo che non si confessa e non si esprime. Perciò credo che occorra liberarsi della rimozione e denunciare il pericolo che il sionismo aggressivo rappresenta soprattutto per il popolo ebraico.
Trasformare la questione ebraica in un tabù del quale è impossibile parlare senza incorrere nella stigmatizzazione benpensante sarebbe [anzi è già] la condizione migliore per il fiorire dell’antisemitismo.
Si avvicina il 27 gennaio, che sarà anche quest’anno il giorno della memoria. Come potrò parlarne nella classe in cui insegno quest’anno? Non c’è più Claude, ma ci sono altri ragazzi africani e arabi e slavi ai quali non potrò parlare dell’immane violenza che colpì il popolo ebraico negli anni Quaranta senza riferirmi all’immane violenza che colpisce oggi il popolo palestinese. Se tacessi questo riferimento apparirei loro un ipocrita, perché essi sanno quel che sta accadendo.
E come potrò tacere le analogie tra l’assedio di Gaza e l’assedio del Ghetto di Varsavia del quale abbiamo parlato recentemente? E’ vero che gli ebrei uccisi nel ghetto di Varsavia nel 1943 furono 58.000 mentre i morti palestinesi sono per il momento solo mille. Ma come dice Woody Allen i record sono fatti per essere battuti. La logica che ha preparato la ghettizzazione di Gaza [che un cardinale cattolico ha definito «campo di concentramento»] non è forse simile a quella che guidò la ghettizzazione degli ebrei di Varsavia? Non vennero forse gli ebrei di Varsavia costretti ad ammassarsi in uno spazio ristretto che divenne in poco tempo un formicaio? Non venne forse costruito intorno a loro un muro di cinta della lunghezza di 17 chilometri di tre metri di altezza esattamente come quello che Israele ha costruito per rinchiudere i palestinesi? Non venne agli ebrei polacchi impedito di uscire dai valichi che erano controllati da posti di blocco militari? Per motivare la loro aggressione che uccide quotidianamente centinaia di bambini e di donne, i dirigenti politici israeliani denunciano i missili Qassam che in otto anni hanno causato dieci morti [tanti quanti l’aviazione israeliana uccide in mezz’ora]. E’ vero: è terribile, è inaccettabile che il terrorismo di Hamas colpisca la popolazione civile di Israele. Ma questo giustifica forse lo sterminio di un popolo? Giustifica il terrore indiscriminato, la distruzione di una città? Anche gli ebrei di Varsavia usarono pistole, bombe a mano, bottiglie molotov e perfino un mitra per opporsi agli invasori. Armi del tutto inadeguate, come lo sono i razzi Qassam. Eppure nessuno può condannare la difesa disperata degli ebrei di Varsavia.
Cosa posso dire, dunque, nel giorno della memoria? Dirò che occorre ricordare tutte le vittime del razzismo, quelle di ieri e quelle di oggi. O questo può valermi l’accusa di antisemitismo?
Se qualcuno vuole accusarmi a questo punto non mi fa più paura. Sono stanco di impedirmi di parlare e quasi perfino di pensare ciò che appare ogni giorno più evidente: che il sionismo aggressivo, oltre ad aver portato la guerra e la morte e la devastazione al popolo palestinese, ha stravolto la stessa memoria ebraica fino al punto che nelle caserme israeliane sono state trovate delle svastiche, e fino al punto che cittadini israeliani bellicisti hanno recentemente insultato cittadini israeliani pacifisti con le parole «con voi Hitler avrebbe dovuto finire il suo lavoro».
Proprio dal punto di vista del popolo ebraico il sionismo aggressivo può divenire un pericolo mortale. L’orrenda carneficina che Israele sta mettendo in scena nella Striscia di Gaza, come i bombardamenti della popolazione di Beirut due anni fa, sono segno di demenza suicida. Israele ha vinto tutte le guerre dei passati sessant’anni e può vincere anche questa guerra contro una popolazione disarmata. Ma la lezione che ne ricavano centinaia di milioni di giovani islamici che assistono ogni sera allo sterminio dei loro fratelli palestinesi è destinata a far sorgere un nuovo nazismo.
Israele può sconfiggere militarmente Hamas. Può vincere un’altra guerra come ha vinto quelle del 1948 del 1967 e del 1973. Può vincere due guerre tre guerre dieci guerre. Ma ogni sua vittoria estende il fronte dei disperati, il fronte dei terrorizzati che divengono terroristi perché non hanno alcuna alternativa. Ogni sua vittoria approfondisce il solco che separa il popolo ebraico da un miliardo e duecentomilioni di islamici. E siccome nessuna potenza militare può mantenere in eterno la supremazia della forza, i dirigenti sionisti aggressivi dovrebbero sapere che un giorno o l’altro l’odio accumulato può dotarsi di una forza militare superiore, e può scatenarla senza pietà, come senza pietà oggi si scatena l’odio israeliano contro la popolazione indifesa di Gaza.

 
 
Franco Berardi "Bifo"

martedì 21 dicembre 2010

Caro Babbo Natale...

Caro Babbo Natale, eccoci nuovamente qui……..
Luci colorate, vetrine addobbate, corse affannate alla ricerca dell’ultimo regalo (per chi può permetterselo) e la neve che imbianca i tetti a rendere il paesaggio degno dei più classici natali, stile la “vita è meravigliosa” di Frank Capra.
Peccato che la vita non è sempre così meravigliosa e che a Natale vada di scena il festival dell’ipocrisia e delle illusioni.
Tutti più buoni e tutti convinti che l’anno prossimo sarà un anno migliore.
Caro Babbo Natale facci un favore, per il prossimo anno portaci un po’ di sana cattiveria che crei un pacifico moto di ribellione alle ingiustizie, all’arroganza dei più forti all’autoritarismo dei più potenti.
Portaci la capacità di indignarci davanti al degrado quotidiano del pensiero, della natura, delle nostre città, dell’etica, della morale.
Portaci la consapevolezza che il destino non è né segnato né scritto ma unicamente frutto delle nostre azioni.
Portaci la voglia di aggregazione, fa si che ogni donna e uomo non si senta solo ma si guardi intorno e scopra che altre migliaia di donne e uomini vivono quotidianamente i loro stessi problemi e che insieme è possibile risolverli.
Portaci la voglia di essere protagonisti e non semplici comparse relegate a far da sfondo a storie scritte da altri e se puoi facci un favore, facci vedere un bel giorno un parlamentare in cassa integrazione, un parlamentare  protestare in cima al Colosseo per difendere il suo posto di lavoro, ad aspettare alla stazione un treno che non arriva, ad aspettare all’aeroporto una valigia smarrita chissà dove, a dover fare i conti ogni giorno per arrivare con lo stipendio alla fine del mese; un parlamentare in mezzo a tanti altri pendolari su un treno sporco, maleodorante e sempre in ritardo, un parlamentare pagare tutte le tasse possibili e immaginabili, e fare la fila alla posta o aspettare mesi per un’analisi o un’operazione.
Noi tutti vorremmo che questi smettano di pensare ai fatti loro e comincino a pensare ai bisogni veri della gente,che i tanti, troppi  parlamentari possano perdere un po’ della loro insopportabile arroganza e comincino a vivere come comuni cittadini. A provare veramente cosa prova la gente, giorno dopo giorno, problema dopo problema.

giovedì 16 dicembre 2010

“Riconosca l’errore, faccia le sue scuse…e cambi registro”

Lettera aperta all’on. Fiamma Nirestein





Gentile On.le Nirenstein,

gli attacchi da lei rivolti all’Ordine dei Giornalisti ed al Presidente Iacopino investono, a nostro modo di vedere, la sfera della libertà di informazione e del diritto di espressione, il che ci coinvolge direttamente come cittadini, oltre che come attivisti del movimento per la pace e la giustizia in Medio Oriente.

La “colpa” del Presidente Iacopino sarebbe quella di aver consentito lo svolgimento, in una sala dell’Ordine da lui presieduto, di una conferenza stampa avente ad oggetto la presentazione di un libro della giornalista Angela Lano sulla vicenda delle navi dei pacifisti assaltate dall’esercito israeliano circa sei mesi or sono e l’illustrazione della prossima spedizione navale che dirigerà verso la Striscia di Gaza assediata.

A sua detta, On. Nirenstein, il Presidente Iacopino ha commesso un gravissimo errore, addirittura uno “scandalo”, consentendo quella conferenza stampa e intervenendo nella presentazione del libro di Angela Lano.

Soffermiamoci su quella che avrebbe dovuto essere la prova regina dello “scandalo” commesso dal Presidente Iacopino:la presenza, nella conferenza stampa incriminata, dei rappresentanti dell’organizzazione turca İnsani Hak ve Hürriyetleri ve İnsani Yardım Vakfi, più conosciuta con il suo acronimo IHH. Si tratta dell’associazione proprietaria della Mavi Marmara, la nave a bordo della quale si trovavano i nove attivisti assassinati dall’esercito israeliano nel corso dell’assalto della scorsa primavera (assalto, è bene ricordarlo, condannato dall’ONU e da tutti i governi del mondo, escluso, ovviamente, quello di Tel Aviv).

On.le Nirenstein, da mesi lei proclama che l’associazione turca sia in realtà un’organizzazione terroristica, fuorilegge in Germania e inserita nella black list del Dipartimento di Stato U.S.A.; sulla base di questa affermazione, lei ha puntato il dito contro il Presidente Iacopino e l’intero Ordine dei Giornalisti.

***

On.le Nirenstein, prima di essere eletta al Parlamento italiano e di ricoprire la carica di Vicepresidente della Commissione Esteri della Camera dei Deputati, lei faceva la giornalista. Avrebbe, dunque, almeno due ottime ragioni per documentarsi, prima di lanciare accuse tanto gravi.

L’ İnsani Hak ve Hürriyetleri ve İnsani Yardım Vakfi – IHH (in italiano, Fondazione per i diritti dell’uomo, le libertà e l’aiuto umanitario) è un’organizzazione turca, con base ad Istanbul, dove è ufficialmente registrata dal 1995. Dal 2004, l’IHH è anche una delle ONG che godono dello status di “organismi consultivi” da parte del Consiglio Economico e Sociale delle Nazioni Unite. L’IHH è intervenuta con aiuti umanitari in Bosnia, Pakistan, Etiopia, Libano, Indonesia, Palestina occupata, Sudan (Darfur), Ghana, Mongolia, Cina, Brasile, Argentina e ad Haiti dopo il recente terremoto. A differenza di quanto va proclamando da sei mesi, On.le Nirenstein, l’IHH non è fuorilegge in Germania e non è sulla black list del Dipartimento di Stato U.S.A. Per la verità, l’IHH è fuorilegge in un solo Paese al mondo: Israele.

Fuorilegge in Germania e considerata organizzazione terrorista dagli U.S.A. è, invece, un’altra organizzazione, che in comune con quella da lei additata, On.le Nirenstein, ha solo le iniziali del nome: si tratta, infatti, dell’Internationale Humanitare Hilfsorganisation, fondata a Francoforte e con sedi in alcuni Paesi europei (Belgio, Danimarca, Olanda ed Austria), ma non in Turchia.

L’IHH di Istanbul ha sempre dichiarato di non aver nulla a che spartire con l’IHH di Francoforte, ed ha tentato più volte, anche ricorrendo alla magistratura tedesca, di impedirle di utilizzare l’acronimo ed un logo molto simile al proprio.

Seguendo questa sua logica dovremmo accollare, denunciare e perseguire in Italia le malefatte della Confederazione Italiana degli Agricoltori (CIA) perché ha la stessa sigla della Central Intelligence Agency (CIA) con sede a Langley in Virginia e di cui alcuni agenti in Italia sono stati recentemente condannati a pene pesanti dalla magistratura.

On.le Nirenstein, tutto questo non può non essere di sua conoscenza, alla luce della sua grande esperienza come giornalista e Vicepresidente della Commissione Esteri della Camera dei Deputati, (anche perché è sufficiente una brevissima ricerca su internet per reperire tutte le informazioni in proposito).

Errare è umano, perseverare è diabolico. Lei, On.le Nirenstein, persevera nell’errore da più di sei mesi, e sulla base di questo errore ha scagliato le sue accuse contro chi ha messo a disposizione uno spazio di libertà per fornire un’informazione e un punto di vista che, per quanto siano a lei sgraditi, non si possono oscurare. Proprio come non si può oscurare la verità su quel massacro compiuto in mare aperto, in quell’alba di sangue della scorsa primavera. Proprio come non si può oscurare la verità di una feroce occupazione militare e coloniale che si fonda sul disprezzo razzista e sulla complicità di governi distratti o conniventi.

Vede, On.le Nirenstein, per noi non esistono razze inferiori e popoli eletti. Per noi, gli uomini e le donne sono tutti uguali e tutti hanno il diritto di esprimersi e raccontarsi, perché la libertà di informazione non può essere solo la libertà dei potenti di insultare i più deboli. Dunque, l’Ordine dei Giornalisti ed il suo Presidente hanno fatto una cosa giusta, ospitando la presentazione di quel libro e quella conferenza stampa. E lei, On. Nirenstein, farebbe un gran bel gesto, se ammettesse il suo errore e porgesse le sue scuse al Presidente Iacopino, agli attivisti dell’IHH ed a tutti quelli che si stanno preparando per portare alla Striscia di Gaza assediata ed a tutta la Palestina occupata un messaggio di solidarietà e di libertà.

La salutiamo qui e le diamo appuntamento al prossimo 25 aprile. Noi saremo come tutti gli anni in piazza insieme ai partigiani, agli antifascisti e insieme ai palestinesi con le bandiere rosse, palestinesi e partigiane per celebrare la Resistenza contro l'oppressione dei popoli.




IL FORUM PALESTINA

giovedì 14 ottobre 2010

Gaza risponde a Roberto Saviano

Giovedì 7 ottobre a Roma e' andata in scena un pantomima organizzata dai coloni israeliani che sa di istigazione alla violenza alla massima potenza, lodando ai massacri israeliani da Deir Yassin a Sabra e Shatila passando per una Gaza ridotta in macerie, un corteo di tifosi beceri e razzisti ha inneggiato a più di sessant’anni di occupazione e oppressione, al fosforo bianco contro scuole dell’ONU e ospedali, a migliaia di prigionieri politici rinchiusi e torturati nei lager, ai campi di concentramento ancora in voga nel 2010, alla costante pulizia etnica che ha prodotto e produce milioni di profughi e decine di migliaia di vittime in Palestina.
Fra i ferventi sostenitori di questo evento che getta vergogna sul nostro Paese anche lui c’erano Lucio Dalla, Massimo Ranieri, Raiz, Walter Veltroni, Piero Fassino, Furio Colombo, Francesco Rutelli, Giovanna Melandri, Rita Levi-Montalcini, Umberto Veronesi, Paolo Mieli, Pierluigi Battista, Giorgio Albertazzi e anche lui, l'autore di Gomorra.

Che il dolore dei torturati possa torturare i loro sogni.

In questo videomessaggio Gaza risponde a Roberto Saviano, ribatto colpo su colpo le allucinanti dichiarazioni dello scrittore estimatore di Peres rilasciate durante la manifestazione “Per la verità, per Israele."

Restiamo Umani

Vittorio Arrigoni da Gaza city


giovedì 23 settembre 2010

Cavaliere, ci dica se la legge è uguale per tutti

DUNQUE, martedì prossimo Silvio Berlusconi è atteso in Parlamento per un discorso che i suoi desiderano sia addirittura memorabile. Che cosa si intende per "memorabile"? Quando e come le parole di un uomo di Stato diventano storiche? Vediamo.



Si sa che il premier, nel suo intervento, illustrerà i cinque punti programmatici (giustizia, Mezzogiorno, fisco, federalismo e sicurezza) per rilanciare la corsa di un governo a corto di fiato. Berlusconi chiederà ai suoi alleati ostili (Fini) o delusi (Lega) di sottoscrivere intorno alle cinque questioni un "patto" per concludere la legislatura con un decoroso rispetto delle urgenze del Paese e degli impegni elettorali.

L'iniziativa può avere due esiti. Il primo, miserello. Berlusconi si accontenta di una risicata maggioranza che certifichi la sopravvivenza del suo governo e - insieme - la morte di ogni autarchia della sua leadership, costretta in una condizione di minorità politica a mendicare - di volta in volta - il consenso di Bossi, l'approvazione di Tremonti, la non belligeranza di Fini e il benestare finanche del governatore siciliano Raffaele Lombardo, di Storace, dei transfughi dell'Udc. Una pietosa baraonda senza futuro.



Il secondo approdo, imprevedibilissimo, è nello stile del signore di Arcore che, figlio viziato della politica della Prima Repubblica, si è inventato campione dell'antipolitica nella Seconda Repubblica (qualsiasi cosa questa formula significhi). Minorità? Autonomia limitata? Vaniloquio, cicaleccio di politici di professione - lo immaginiamo dire ai suoi - posso farne a meno di queste preoccupazioni ché sono capace di scrivere l'agenda dell'attenzione pubblica come voglio e quando voglio; ché la mia leadership non dipende dalle manovre romane - me ne fotto - ma dal rapporto diretto - che ho - con il popolo, con i suoi umori che sapientemente posso mescolare e maneggiare. Qualcuno pensa che non sia più in grado di farlo?



Le sabbie mobili

Si fa fatica a credere che Berlusconi, a un passo dal suo traguardo (la corsa al Quirinale), si accontenti di vivacchiare mediocremente fino a quando Fini sarà pronto con il suo nuovo partito o magari, per qualche seggiola in meno o finanziamento caduto, Lombardo o per dire un Cuffaro spengano le macchine che tengono in vita il governo. È più probabile che, come gli consigliano, Berlusconi provi la posa dello "statista" (è accaduto una sola volta il 25 aprile 2009 a Onna nel giorno del ricordo della Resistenza). È plausibile che egli tenti di tirarsi fuori dalle sabbie mobili che lo stanno inghiottendo con un'invenzione che "generi la politica dall'antipolitica, l'ordine dal caos".



Certo, può accadere anche questo, anche questa volta. Berlusconi ha dato in questi sedici anni prova di come possa governare il Barnum italiano con la frusta, con il sorriso, con una menzogna strepitosa, con la pura energia della sua teatralità, con lo sciagurato favore di un'opposizione inconcludente fino allo sconforto, ma il passaggio che il presidente del Consiglio affronterà tra una settimana appare finale perché questa volta - e in modo definitivo - pare in discussione lo stesso "contratto emotivo" che il popolo della destra ha sottoscritto identificandosi in lui, rappresentandosi in lui più che essere da lui rappresentato.



In questa curva dell'avventura berlusconiana, appare in gioco la "forza del sogno" che il Cavaliere ha indotto da tre lustri nel metabolismo sociale del Paese alimentando l'illusione, come è stato detto, di una potenza individuale e di gruppo, di una felicità e un benessere possibile, raggiungibile da chiunque, per chiunque a portata di mano se fossero stati gettati per aria - come egli prometteva - alcuni ostacoli: i "comunisti", i migranti, l'informazione, il sindacato, i magistrati, la Rai pubblica, la cultura "giustizialista", il fisco, la Costituzione... Bene, la maggioranza elettorale degli italiani ha creduto nell'Italia che aveva in mente ("Vi dico che possiamo, vi dico che dobbiamo costruire insieme un nuovo miracolo italiano"). Gli hanno detto: fallo, facci felici. Gli hanno consegnato in tre occasioni (1994, 2001, 2008) le chiavi del Palazzo e che cosa gli hanno visto combinare? Pochissimo. Quasi nulla. Quasi niente.



L'uomo del fare

L'uomo del fare, oculatissimo a coltivare il suo particulare, si è dimostrato un incapace quando i beni sono collettivi e gli affari pubblici. Nessuna delle strettoie che, nello schema illusorio di Berlusconi, ci trattengono sulla soglia della prosperità è stato mai rimosso con le riforme promesse. Nessuno. Nonostante le magie manipolatorie, chiunque ha potuto rendersi conto - anche i mafiosi di lui dicono: Iddu pensa solu a iddu - che in questi anni Berlusconi ha avuto una sola bussola: la sua tutela personale, la protezione della sua roba e quindi, soprattutto, l'assoluta necessità di evitare i processi che lo coinvolgono. Una dopo l'altra, le legislature vengono e vanno, quale che sia la forza della maggioranza che lo sostiene, in estenuanti fatiche parlamentari che devono assicurargli l'impunità.



Una gigantesca macchina politico, giudiziaria, mediatica ferma nel tempo, che divora ogni cosa, ogni altro problema, argomento, intelligenza, dibattito, cancellando il presente e le priorità del Paese. Ce n'è una sola, nel mondo dell'Egoarca: il suo destino minacciato dall'opacità dei comportamenti che ne hanno fatto un tycoon. È dal passato che l'Egoarca si deve proteggere. È una coazione a ripetere che conferma le ragioni originarie della corsa politica di Berlusconi. Non ci sono state nascoste, in verità. Ce le ha spiegate per tempo Fedele Confalonieri quali fossero: "La verità è che, se Berlusconi non fosse entrato in politica, se non avesse fondato Forza Italia, noi oggi saremo sotto un ponte o in galera. Col cavolo che portavamo a casa il proscioglimento nel "lodo Mondadori"" (Repubblica, 25 giugno 2000). Ancora più recentemente, Confalonieri ripete: "Le leggi ad personam? Le fa per proteggersi. Se non fai le leggi ad personam vai dentro" (La Stampa, 2 novembre 2009).

Siamo esattamente - oggi - nello stesso punto dove la storia è cominciata sedici anni fa. Ieri come oggi, il primo e solo punto dell'agenda politica del Cavaliere è combinarsi un'impunità tombale. Lo svela, nella demoralizzazione cinica dei più, un altro turiferario delle cerimonie di Arcore: "Adesso và a spiegare alla gente che buona parte del gigantesco casino in cui si trova la politica italiana dipende dalle decisioni della Corte costituzionale". (Bruno Vespa, Panorama, 16 settembre 2010).



Rapido riepilogo per chi avesse perduto qualche battuta. Il 14 dicembre la Consulta decide se la legge del legittimo impedimento può vivere o è costituzionalmente nata morta. Quella legge che protegge l'Egoarca dai giudici per diciotto mesi dovrebbe dargli respiro e consentire di imporre al Parlamento una nuova legge immunitaria questa volta costituzionale, dopo gli scarabocchi ("lodi") di Schifani e Alfano. Naturalmente, Berlusconi non si fida né dei giudici costituzionali né dei parlamentari ed è già al lavoro con i suoi azzeccagarbugli per scavare trincee e alzare muri che possano fermare la mano del giudice. Un nuovo intervento sulla prescrizione. Il divieto di utilizzare sentenze passate in giudicato. Una nuova legge sul legittimo impedimento che possa indurre la Corte a rinviare, il 14 dicembre, ogni pronunciamento. Una nuova legge costituzionale che egli conta di far approvare in doppia lettura entro l'aprile del 2011 prima di contarsi con un referendum confermativo (sempre che l'opposizione, complice o intontita, scandalosamente non l'approvi). Una "road map" - come la chiamano allegramente - che impegnerà da oggi e per un anno il Parlamento, il confronto tra i partiti, l'opinione pubblica e i media, l'intero discorso pubblico.



Da questo punto di vista, il "gigantesco casino in cui si trova la politica italiana" è meno ingarbugliato di come pretendono di raccontarcelo. Se non ci si lascia ingabbiare da ipocrisie anestetiche e tartufismi, la sola questione che ha l'interesse di Berlusconi - tra le cinque che egli proporrà tra una settimana al Parlamento, chiedendo un voto di fiducia - è la giustizia. Non la giustizia di tutti, la giustizia per tutti, ma la giustizia che riguarda da vicino lui, che preoccupa personalmente lui, che minaccia la di lui preziosissima roba. Nessuna sorpresa. Berlusconi è esattamente questo: è potere statale che, senza scrupoli e apertamente, protegge se stesso e i suoi interessi economici. È una rotta sempre più problematica in un'Italia infelice con un prodotto interno congelato, una ripresa lentissima, il debito pubblico in aumento, l'occupazione ancora in ribasso, le entrate dello Stato in flessione a petto di un'evasione fiscale che tocca tetti mai sfiorati in un deserto di politiche pubbliche a favore del lavoro, delle imprese, delle famiglie, del Mezzogiorno disgraziatissimo. È questa contraddizione - l'intera vita parlamentare assorbita dalle urgenze del Capo e non dai bisogni del Paese - che può decidere il collasso della "forza del sogno", la rescissione di quel "contratto emotivo" che ha reso vincente il Cavaliere di Arcore. Anche perché quel che Berlusconi teme soprattutto è il cosiddetto "processo Mills" che è un processo assai rivelatore.



Il mito e la realtà

Breve memento per gli smemorati. Con il coinvolgimento "diretto e personale" del Cavaliere, l'avvocato inglese David Mills dà vita alle "64 società estere offshore del group B very discreet della Fininvest". Le gestisce per conto e nell'interesse di Berlusconi e, in due occasioni (processi a Craxi e alle "fiamme gialle" corrotte), Mills mente in aula per tener lontano il Cavaliere da quella galassia di cui l'avvocato inglese si attribuisce la paternità ricevendone in cambio da Berlusconi "somme di denaro, estranee alle sue parcelle professionali" che lo ricompensano della testimonianza truccata. Questa storia non è più aperta soltanto al sospetto, come si dice. È un complesso di fatti coerente, dotato di senso che illumina chi è Berlusconi; quali sono i suoi metodi. Si comprende con quali pratiche fraudolente, sia nato l'impero del Biscione. All Iberian è stato lo strumento voluto e adoperato dal Cavaliere, il canale oscuro del suo successo.



Anche qui bisogna rianimare, per l'ennesima volta, qualche ricordo. Lungo i sentieri del "group B very discreet della Fininvest" transitano quasi mille miliardi di lire di fondi neri; i 21 miliardi che ricompensano Bettino Craxi per l'approvazione della legge Mammì; i 91 miliardi destinati non si sa a chi mentre, in Parlamento, è in discussione la legge Mammì. In quelle società è occultata la proprietà abusiva di Tele+ (viola le norme antitrust italiane, per nasconderla furono corrotte le "fiamme gialle"); il controllo illegale dell'86 per cento di Telecinco (in disprezzo delle leggi spagnole); l'acquisto fittizio di azioni per conto del tycoon Leo Kirch contrario alle leggi antitrust tedesche. Da quelle società si muovono le risorse destinate poi da Cesare Previti alla corruzione dei giudici di Roma (assicurano al Cavaliere il controllo della Mondadori); gli acquisti di pacchetti azionari che, in violazione delle regole di mercato, favoriscono le scalate a Standa e Rinascente. La sentenza della Cassazione (che cancella per prescrizione la condanna di Mills confermandone i trucchi della testimonianza e la corruzione) documenta che, al fondo della fortuna del premier, ci sono evasione fiscale e bilanci taroccati, c'è la corruzione della politica, delle burocrazie della sicurezza, di giudici e testimoni; la manipolazione delle leggi che regolano il mercato e il risparmio in Italia e in Europa.



La sentenza conferma non solo che Berlusconi è stato il corruttore di Mills, ma che la mitologia dell'homo faber ha il suo fondamento nel malaffare, nell'illegalità, nella corruzione della Prima Repubblica. Consapevole di quanto questo ritratto di se stesso sospeso nella narrazione di David Mills contraddica la scintillante immagine del tycoon sempre vincente per genio fino ad umiliarne l'ideologia (è il mio trionfo personale che mi assegna il diritto di governare, sono le mie ricchezze la garanzia dell'infallibilità della mia politica), Berlusconi ha dovuto scavare tra sé e il suo passato un solco che lo allontanasse dall'ombra di quell'avvocato inglese. Questa necessità gli è stata sempre chiara negli ultimi dieci anni. Cosciente che se fosse prevalso il Berlusconi scorto nella trama svelata da David Mills, la sua avventura politica sarebbe apparsa il patetico sogno di grandezza di un briccone, in definitiva di un pover'uomo melodrammatico che vuole soltanto farla franca, il Cavaliere ha mentito a gola piena scommettendo però, in pubblico, la sua testa. "Ho dichiarato pubblicamente, nella mia qualità di leader politico responsabile quindi di fronte agli elettori, che di questa All Iberian non conosco neppure l'esistenza. Sfido chiunque a dimostrare il contrario" (Ansa, 23 novembre 1999). "Non conosco David Mills, lo giuro sui miei cinque figli. Se fosse vero, mi ritirerei dalla vita politica, lascerei l'Italia" (Ansa, 20 giugno 2008).



Bugiardo, corruttore, spergiuro anche quando fa voto della "testa dei suoi figli". Sono panni che non può indossare. Per non indossarli è disposto anche a farsi imbozzolare in una minorità politica, anche a tenere fermo il Paese - per un altro intero e lungo anno - nella palude del suo interesse personale ingaggiando, in nome della solita falsa rivoluzione, un nuovo scontro con la democrazia parlamentare, gli organi di garanzia costituzionale, con gli stessi principi della Carta, legge delle leggi.



La legge è uguale per tutti?

È per tirarlo fuori da questo labirinto che i consiglieri più accorti spingono il premier a fare del suo intervento del 28 settembre un discorso memorabile, "da statista". Hanno ragione, se non preparano le consuete fumisterie da fiera peronista. Noi crediamo - e lo diciamo anche con la convinzione del nostro disincanto - che ci sia un solo modo concreto e credibile, per Berlusconi, di dimostrarsi all'altezza della ambizione e responsabilità pubblica. Difenda il suo onore, la sua storia, la verità dei suoi giuramenti. Accetti di dimostrare nel solo luogo appropriato - il processo - l'irreprensibilità delle sue condotte e della sua fortuna. Eserciti in quel luogo - l'aula di un tribunale - i diritti della difesa. Le procedure proteggono quei diritti e a Berlusconi, sostiene, gli argomenti per farlo non mancano. Lo faccia. Martedì prossimo in Parlamento il presidente del Consiglio rivendichi di essere cittadino tra i cittadini con gli stessi diritti e gli stessi doveri di chiunque. Reclami - egli - l'uguaglianza dei cittadini dinanzi alla legge e chieda di essere processato a Milano senza alcuno scudo, impedimento, immunità. Metta da parte le sue personali preoccupazioni per lasciare libera la politica - il governo, il Parlamento - di affrontare le inquietudini degli italiani e le difficoltà del Paese. L'Italia ha dato tanto a Berlusconi, è giunto il tempo che Berlusconi dia qualcosa all'Italia che non sia una legge ad personam. Presidente, vuole dire - e finalmente dimostrare - che la legge in Italia è davvero uguale per tutti?
 
Giuseppe D'Avanzo

Ecco come gli uomini del premier hanno manovrato la macchina del fango

Ora, tra Berlusconi e Fini, tutto ritorna in alto mare. Come prima. Se è possibile, peggio di prima. Molto peggio. Va per aria la pace concordata per scrivere insieme una legge immunitaria costituzionale e quindi la road map che avrebbe consentito al governo di vivacchiare per lo meno fino ai primi mesi del 2012 quando il referendum confermativo avrebbe dovuto decidere il destino della legislatura. Che cosa è accaduto? Perché il presidente della Camera ha chiesto ai suoi "ambasciatori" Italo Bocchino e Giulia Bongiorno di chiudere ogni canale di comunicazione e trattativa con il ministro della Giustizia Alfano e l'avvocato del Cavaliere Ghedini? Quali evidenze hanno convinto Fini che quella trattativa politico-legislativa è una falsa trattativa, una trappola, soltanto un modo per temporeggiare in attesa che si concluda il character assassination; una parentesi tattica per dar modo agli "assassini politici" di concludere il lavoro sporco di demolizione di ogni affidabilità pubblica del co-fondatore del Popolo della Libertà? La risposta che si raccoglie negli ambienti vicini al presidente della Camera non è ambigua: "Fini ha qualche prova e la ragionevole certezza che le informazioni distruttive che ogni giorno vengono pubblicate da il Giornale e Libero, controllati dal presidente del Consiglio, sono fabbricate in un circuito che fa capo direttamente a Silvio Berlusconi".



Fini, nel pomeriggio di ieri, può dire ai suoi "ambasciatori" che quel che gli viene riferito, quel che gli viene mostrato, quel che ha accertato con indagini private non lascia spazio al dubbio. Gli uomini più esposti nell'aggressione riferiscono passo dopo passo del loro lavoro e delle loro mosse al Cavaliere. Che martedì, alla vigilia del titolo "Fini ha mentito, ecco le prove", ha incontrato Vittorio Feltri e Alessandro Sallusti, i "sicari" del Giornale, e ieri Amedeo Laboccetta, il parlamentare del Pdl, vecchio esponente napoletano di An, capace di "muovere le cose" nei Caraibi grazie all'influenza di Francesco Corallo. Altro nome chiave - Francesco Corallo - di questa storia. Figlio di Gaetano, detto Tanino, latitante catanese legato al boss di Cosa Nostra Nitto Santapaola, Francesco Corallo è nei Caraibi "l'imperatore di Saint Maarten", dove gestisce con attività collegate a Santo Domingo alberghi, un giornale, quattro casinò con l'Atlantis World, multinazionale off-shore, partner dei nostri Monopoli di Stato nel business (complessivamente 4 miliardi di euro) delle slot machines ufficiali. Le mani che s'intravedono nella "macchina del fango" che muove contro Fini da mesi sono di Berlusconi, Feltri, Angelucci (editore di Libero), Laboccetta (Corallo), dicono senza cautela gli uomini del presidente della Camera.



"Non è più il tempo della prudenza. Abbiamo sufficienti informazioni per poter ricostruire che cosa è accaduto e per responsabilità di chi". Gli uomini di Fini hanno isolato otto questioni "decisive per capire" e Flavia Perina, direttora del Secolo d'Italia, le ha ordinate come se fossero domande. "È vero, come ha scritto Libero che c'è un rapporto personale tra l'ex primo ministro di Santa Lucia e Silvio Berlusconi che "deve far tremare Fini" (nell'isola di Santa Lucia è registrata la società proprietaria dell'appartamento di Montecarlo affittato dal cognato di Fini, ndr)? È vero, come ha scritto il Giornale il 17 settembre scorso che sono stati inviati a Santa Lucia agenti dei Servizi e della Guardia di finanza, e chi li ha mandati? È vero che a Santa Lucia ci sono, e da tempo, inviati della testata di Paolo Berlusconi, il Giornale e del mondadoriano Panorama? E' vero che la lettera di Rudolph Francis, con la dicitura "riservata e confidenziale" è stata fatta filtrare alla stampa estera attraverso un sito di Santo Domingo, località di residenza - guarda caso - di Luciano Gaucci? E' solo una coincidenza che Gaucci sia la "mina vagante" della stagione dei talk show, indicato negli scorsi giorni come possibile ospite eccellente di Matrix, l'Ultima Parola e persino Quelli che il calcio? Cosa significa l'ambigua nota in coda alla lettera di Francis "le nostre indagini restano in corso in una prospettiva di una determinazione finale"? E ancora, come è immaginabile che il ministro di un paradiso fiscale giudichi "pubblicità negativa" la segretezza delle società off-shore, posto che essa è il principale motivo per cui il suo Paese sta in piedi? Dice niente a nessuno il fatto che l'attuale editore di El National, Ramon Baez Figueroa, sia anche proprietario di diverse reti televisive come Telecanal e Supercanal?".



Gli otto dubbi retorici consentono di ricostruire il puzzle che, benché ancora monco, Gianfranco Fini ha sotto gli occhi. Indagini private gli hanno confermato che Giancarlo Tulliani non è il proprietario dell'appartamento di Montecarlo. Sospiro di sollievo: il giovane cognato avrebbe sempre potuto mentirgli ostinatamente, e fino ad oggi. Con la certezza dell'estraneità di Tulliani, Fini ha potuto sistemare meglio le altre tessere del mosaico. Si è chiesto: ma è ragionevole che un'isola (Santa Lucia) che vive con la leva della sua legislazione offshore si dia da fare per svelare i nomi dei proprietari di una società registrata in quel paradiso fiscale? Un non-sense. Epperò perché il ministro di Giustizia scrive che è Tulliani il proprietario delle sue società sospette? Ma è vero che questo ha scritto quel ministro? E' autentica quella lettera o su carta intestata (autentica) è stata sovrapposto un testo apocrifo?



La lettera se la sono rigirata a lungo tra le mani, ieri, Giulia Bongiorno e Italo Bocchino e hanno concluso che o la lettera è del tutto falsa o, anche se non lo è, non aggiunge nulla di nuovo a quel che si sa perché conferma che, secondo fonti monegasche, Giancarlo Tulliani è il "beneficiario dell'appartamento" che potrebbe voler dire soltanto che Tulliani è - bella scoperta, a questo punto - l'affittuario dell'immobile. Gianfranco Fini è apparso più interessato a ricostruire, con le informazioni che ha a disposizione, lungo quale canale e con quali protagonisti quella lettera manipolata si sia messa in movimento consapevole che il mandante dell'assassinio politico provochi la fuga di notizie rimanendo al di fuori della mischia. Dicono che sul tavolo intorno a cui Fini ha incontrato i suoi collaboratori sia rimasto a lungo un foglio, presto annotato con nomi, frecce, connessioni. Lo si può ricostruire così.



Uomini dei servizi segreti o della Guardia di finanza raggiungono Santa Lucia (la notizia è del Giornale). Devono soltanto sovrintendere che "le cose vadano nel verso giusto", che quel ministro di Giustizia dica quel che deve o fornisca le lettere con intestazione originale che necessitano. E' stato lo stesso Silvio Berlusconi a predisporre le cose potendo contare sul "rapporto personale tra l'ex ministro di Santa Lucia e il nostro presidente del Consiglio". Un legame (notizia di Libero) che "deve far tremare Fini". Bene, viene confezionato il falso. Ora deve arrivare in Italia senza l'impronta digitale del mandante. Bisogna seguire le frecce sul foglio dinanzi a Gianfranco Fini. Da Santa Lucia la lettera farlocca (o ambigua) arriva su un sito e poi nelle redazioni di due giornali di Santo Domingo. Da qui afferrata come per una pesca miracolosa dal sito Dagospia. Ora - gli uomini di Fini chiedono - chi ispira Dagospia? Credono di saperlo. Anzi, dicono di saperlo con certezza: "Dagospia, sostenuto dai finanziamenti di Eni ed Enel, è governato nelle informazioni più sensibili da Luigi Bisignani, il piduista, l'uomo delle nomine delicate, braccio destro operativo di Gianni Letta dal suo ufficio di piazza Mignanelli". Da Dagospia l'informazione manipolata slitterà sulle prime pagine di Giornale e Libero. Che potranno dire: abbiamo rilanciato soltanto una notizia pubblicata dalla stampa internazionale.



Una menzogna che tace e copre e manipola quanto ormai è chiaro a tutti dal character assassination di Veronica Lario, Dino Boffo, Raimondo Mesiano, Piero Marrazzo e ancora prima di Piero Fassino. Il giornalismo, diventato tecnica sovietica di disinformazione, alterato in calunnia, non ha nulla a che fare con queste pratiche che non sono altro che un sistema di dominio, un dispositivo di potere. Uno stesso soggetto, Silvio Berlusconi, ordina la raccolta del fango, quando non lo costruisce. Dispone, per la bisogna, di risorse finanziarie illimitate; di direzioni e redazioni; di collaboratori e strutture private; di funzionari disinvolti nelle burocrazie della sicurezza, magari di "paesi amici e non alleati". Non ha bisogno di convincere nessuno a pubblicare quella robaccia. Se la pubblica da sé, sui suoi media, e ne dispone la priorità su quelli che influenza per posizione politica. È questa la "meccanica" che abbiano sotto gli occhi da più di un anno e bisogna scorgere - della "macchina" - la spaventosa pericolosità e l'assoluta anomalia che va oltre lo stupefacente e noto conflitto d'interessi. Quel che ci viene svelato in queste ore ancora una volta, con l'"assassinio" di Gianfranco Fini, è un sistema di dominio, una tecnica di intimidazione che minaccia l'indipendenza delle persone, l'autonomia del loro pensiero e delle loro parole. Il presidente della Camera sembra determinato a spezzare il gioco e, saltato il tavolo della non belligeranza, la partita appare soltanto all'inizio e sarà la partita finale.
 
Repubblica del 23/09/2010

mercoledì 15 settembre 2010

Portavamo il tricolore a Venezia,insultati dai leghisti, identificati dalla polizia.

"Fermati ed identificati dalla polizia per avere con noi il tricolore. Insultati e derisi da decine di leghisti esaltati ed urlanti - rischiando il linciaggio da parte di questi ultimi e una denuncia (per manifestazione non autorizzata e per aver provocato disordini) da parte della polizia". Questo, secondo la denuncia di un consigliere comunale di Venezia Marco Gavagnin della lista Cinque stelle e del Blogger Paolo Papillo di Informazione dal basso che domenica scorsa, durante la Festa dei popoli padani hanno voluto provare a vedere cosa sarebbe successo a passeggiare per il capoluogo veneto con indosso una bandiera italiana. Il risultato per quanto sorprendente è descritto da loro stessi: "Siamo stati identificati noi, non quelli che ci insultavano; e ci avrebbero senz'altro aggrediti, se non ci fosse stato il cordone di polizia a proteggerci. Ci hanno cacciato, accompagnati distanti dal luogo della manifestazione leghista e fatti disperdere. Esporre il tricolore durante la festa della Lega - festa che vedeva presenti numerosi esponenti politici del partito e lo stesso Ministro degli Interni - è diventata una provocazione politica".



"Eravamo in una decina - raccontano - ci eravamo incamminati lungo il ponte dopo il quale iniziava a svolgersi la manifestazione leghista, ci è stato impedito da agenti in tenuta antisommossa e da uomini della Digos di proseguire verso Riva dei Sette Martiri e Via Garibaldi: luoghi paradossalmente scelti quali teatro della manifestazione di questa forza di governo che non si riconosce nei simboli della nostra Repubblica e ne disconosce la storia scritta nel sangue di tanti patrioti. Sì, perché i sette martiri veneziani a cui è intitolata la riva sono partigiani morti durante Resistenza al grido di "viva l'Italia".



"Subito dopo - continua il racconto - decine di leghisti (uomini e donne, vecchi e giovani) ci hanno spintonato e strattonato, cercando anche di sottrarci le telecamere; ci hanno insultato anche pesantemente, con vari improperi che andavano da "pirla" a "cretini", da "pagliacci" a "omossessuali" e "culattoni". Naturalmente ci hanno accusati di essere "comunisti", dei "rompicoglioni", o più semplicemente dei "lazzaroni": "andate a lavorare!" ci dicevano, "andate a casa!"



"Questi però - si lamentano - non sono stati identificati. No. Eravamo noi - quelli col tricolore - l'anomalia, quelli fuori posto, i sobillatori. Mentre loro - quelli che inneggiavano alla secessione, i fautori della "padania che non c'è", con le magliette e gli striscioni con la scritta "padania libera" - erano quelli normali... un completo ribaltamento di senso!".



Repubblica del 15/9/2010

Senza banchi e senza sedie bambini a lezione per terra.

Mancano banchi e sedie. Per questo i bambini delle prime classi della scuola elementare 'Via Gastinelli - piazza Muggia', nella zona di Ponte di Nona, alla periferia di Roma, stanno facendo lezione seduti per terra. Oppure, se qualche mamma ha provveduto per tempo, su qualche sgabello portato da casa. L'allarme era partito lunedì, quando genitori, bambini e insegnanti hanno trovato le classi senza arredi e hanno denunciato la situazione nel Forum scuola di Repubblica Roma e in Rete, negli spazi online dedicati alla 'scuola che non va' aperti con l'inizio di un nuovo anno. I genitori erano stati rassicurati - "i banchi arriveranno in un giorno o due" - ma intanto i bambini se ne stavano in mensa, "o meglio in sauna", come poi hanno fato sapere mamme e papà. Oggi riaprono le cucine, che ci si arrangi come si può.



"I primi due giorni di scuola - spiega Valentina, madre di un alunno di prima elementare - i bambini hanno fatto lezione nella sala della mensa, ma non si poteva più fare lezione lì perché il servizio riprendeva oggi. Ci hanno assicurato che entro oggi arriveranno i banchi e le sedie, ma intanto i nostri figli sono seduti per terra. Io e le altre mamme siamo preoccupate anche perché stare seduti in terra non è il massimo dell'igiene. E' una situazione allucinante. La cosa assurda - sottolinea la donna - è che vogliono tutto per tempo, l'iscrizione e tutti i documenti necessari, quando poi i bambini sono costretti a fare lezione per terra".



"La notizia - racconta un papà, Alan, che aveva anche scritto a Repubblica - è che oggi sono arrivati i banchi e nel pomeriggio dovrebbero arrivare le sedie, quindi voglio essere fiducioso e sperare che da domani possano fare lezione normalmente. Intanto oggi sono per terra. Certo è una situazione assurda, soprattutto quando continuano a dare soldi alla scuola privata. Hanno avuto tre mesi di ferie per poter sistemare tutto invece, all'italiana, hanno aspettato l'inizio della scuola. Inoltre a Ponte di Nona sono tutti istituti nuovi, aperti da 3-4 anni. Sinceramente sono rimasto stupito anche delle condizioni del giardino esterno, dove i bambini dovrebbero giocare, certo non è una catastrofe, ma vederlo in una codizione di abbandono mi ha fatto pensare. Che insegnamento è per i nostri figli? Erbacce alte un metro dappertutto, anche sul mattonato di entrata della scuola. E non parlo delle aiuole 'genere cantiere'. Credo che nemmeno in paesi del terzo mondo (che poi ci siamo anche noi, credo) abbiano queste condizioni".



"Non ci sono scuse per una tale situazione", scrive negli spazi di denuncia che si sono molplicati su Internet Maria, "cittadina profondamente indignata". "Da luglio a oggi credo ci sia stato tutto il tempo utile a far si che tutto potesse essere pronto per dei bambini che iniziavano il loro percorso scolastico. Mi auguro, insieme ad altri genitori, che la situazione possa essere risolta - aggiunge - visto che fonti comunali e ministeriali infondono tanta fiducia e speranza nei genitori, continuando a ripetere che la scuola pubblica non ha problemi. Mi chiedo inoltre se nella scuola elementare si possa accettare che venga chiesto alle famiglie di fornire carta igienica, scottex, sapone, risme di fogli, ecc.. Ok siamo tutti d'accordo che bisogna razionalizzare, ma non sulla pelle dei bambini e su quella delle famiglie che stentano ad arrivare dignitosamente alla fine del mese".



"Un fatto gravissimo" anche per il segretario regionale di Cittadinanzattiva, Giuseppe Scaramuzza. "Non si possono lasciare i bambini a terra - dice - perché qualcuno non consegna i banchi e le sedie nelle aule. Nel nostro Paese fino a prova contraria esiste ancora il diritto all'istruzione, anche se qualcuno sta cercando di eroderlo con l'applicazione di politiche dissennate di natura ragioneristica. Nella sanità e nella scuola non si possono limitare i servizi solo perché costano". "Ci appelliamo al sindaco di Roma e al presidente della Repubblica Napolitano affinché intervengano. Al Presidente Napolitano, che tanto si prodiga con grande attenzione per garantire i diritti dei cittadini della nostra Repubblica, lo chiediamo alla vigilia della sua incoronazione di cittadino onorario della Capitale".

Repubblica del 15/9/2010

mercoledì 23 giugno 2010

Dedicato ad un amico...

Ci vuole coraggio per essere un uomo.

Un giorno ti fai una domanda e scopri di non avere una risposta che soddisfi. Ti si presentano due possibilità: ignorarla e sopravvivere comunque o cercarne la risposta, non facile ma che ti dia una meta da realizzare.

Ci vuole coraggio per vivere, per uscire dal coro, disomologarsi dal come si deve fare e pensare. Costa fatica alzare la voce sopra il brusio di chi acconsente per comodità, costa fatica e vigore tenere alta la testa e fisso lo sguardo, quando qualcuno vorrebbe spegnerti il sorriso e la volontà di essere te stesso. Paghi un caro prezzo quando da solo vuoi difendere il sacro diritto di essere un uomo libero, mentre il perfido vorrebbe costringerti a terra buttandoti addosso una menzogna vestita da verità.

A volte è più semplice adattarsi, trattenendo desideri ed emozioni, inchinandosi passivamente alla paura del cambiamento o della semplice reazione. A volte è più facile ingannarsi dicendosi che è meglio lasciar perdere, non modificare ciò che è certo rispetto a quello che non si può conoscere. Ma rimane un senso di insoddisfazione, che perseguita, che pungola, che risveglia la ricerca di serenità, il bisogno di sapere che la nostra vita ha un fine e non è mera questione biologica. In noi è racchiusa quella grande e inconfutabile verità che dice: ogni uomo ha bisogno d’amore, nonostante l’apparente sorriso di felicità che si può mostrare quando si ha tutto il resto, quel resto che è sempre mancanza del pezzo mancante, il più importante.

Ci vuole coraggio per tendere una mano, quando c’è il rischio di doverla ritrarre per mancanza di presa. Ma se non vuoi che la vita sia una deriva programmata, sospinta da casualità ed attesa, serve il coraggio di chi si interroga per ottenere una risposta e da questa lavorare ad un progetto portandolo a termine. Solo soddisfacendo il bisogno di credere in noi stessi e negli altri, nel nostro possibile vivere in pace, ogni uomo può affrontare serenamente una semplice domanda: chi sono e perchè sono qua. Non ignorare la tua possibile risposta, non falsificarla con la bugia di un tempo che scorre e non ti da tempo di essere.

E non serve ritirarsi su di un monte isolandosi dal mondo per capire queste cose ma non serve nemmeno fingere che non sia indispensabile chiederselo per vivere l’oggi che, attento bene, è già il tuo domani. Il più delle volte ciò che abbiamo sposta soltanto il desiderio più in là, nella prossima cosa da avere, da usare, se non da abusare. Finito l’effetto della droga del possesso ritorna con forza la mancanza di un qualcosa, che poi è un forte richiamo di completezza per quello che si deve compiere dentro di noi. Tradotto in parole semplici vuol dire star bene con noi stessi e con gli altri, ovvero con il mondo in cui viviamo, nel rispetto e nella fiducia.

Ci vuole coraggio per essere comandanti di una nave, perchè si deve decidere con fermezza e precisione quando la necessità lo impone e si devono conoscere i pericoli di un mare che non sempre dona un sole arancio che lento si nasconde all’orizzonte di un tramonto.

Ci sono stati uomini che hanno insegnato il coraggio di vivere, di essere uomini, di camminare su nuovi sentieri, a volte impervi e dolorosi, ma che hanno riconosciuto come propri. Uomini coraggiosi che hanno tracciato e tracciano nuove vie per chi non ha la forza per riconoscerle. Ma non bastano i loro passi se anche noi non ci mettiamo in discussione, se anche noi non lasciamo un’impronta e non sfoderiamo quel coraggio che ci langue dentro, che è un battito di cuore che chiede di cambiare atteggiamento, rispettando quel dolore dell’animo che rendiamo prigioniero con le nostre catene di rimpianti e grigie visioni.

Ci sono stati uomini che hanno dimostrato al mondo intero che un ideale di pace e di amore vince sempre, anche sulle più efferate azioni violente del tiranno di turno. Questi uomini hanno avuto il coraggio di difendere la libertà del pensiero e dello spirito. Hanno avuto semplicemente il coraggio di essere, ora tocca a noi. Dimostriamo di avere il coraggio di fermarci un momento, scostarci dai nostri piccoli o grandi problemi quotidiani e progettare qualcosa di più grande: la nostra vita insieme con un’unica e chiara voce che chieda libertà ed amore per tutti, anche per chi coraggio non ne ha più, anche per chi oramai ha smesso di credere al vero significato di queste parole.

lunedì 14 giugno 2010

FINCHE' MORTE NON CI SEPARI.

Ci trovavamo nel XXX anno dell’era Berlusconi.
Dopo aver imbavagliato la stampa, limitato la magistratura ipnotizzato il popolo con le televisioni, erano riusciti a cambiare la costituzione e ora l’Italia era una monarchia assoluta il cui re, unto dal Signore e voluto dal Popolo, era incredibilmente ancora lui: Silvio I°. La corte di Silvio primo era contorniata da giullari e ballerine e il prefisso Pier era stato imposto, per editto reale, a tutti i nomi e i cognomi d’Italia al fine di rendere identificabile e unica la pura razza italica.I Telegiornali continuavano a dare notizie sull’accoppiamento della rana toro e di quanto fosse difficile abbinare un infradito con la borsa da spiaggia senza il giusto smalto delle unghie ai piedi. Dopo pochi anni dall’innalzamento dell’età pensionabile per le donne statali a 65 anni la stessa norma fu estesa anche alle lavoratrici private ma, per giustificare tale manovra, agli statali fu da prima innalzata l’età a 70 anni dopodiché si decise che potevano tranquillamente restare al lavoro fino alla fine dei loro giorni. Pierbrunetta 2° fu subito entusiasta della novità e si apprestò a modificare il giuramento che ogni dipendente pubblico era tenuto a fare al momento dell’assunzione inserendo la formula finale: “finchè morte non ci separi”.La decisione comunque non cambiò molto lo stato dell’arte, visto che i dipendenti pubblici erano costretti, limite d’età o meno, a stare in ufficio fino alla fine, preso atto che avevano i figli cinquantenni, disoccupati, ancora in casa e visto che se andavano in pensione avrebbero preso il 50% della loro retribuzione, peraltro bloccata da un trentennio. Gli uffici furono attrezzati con bombole d’ossigeno, pappagalli e aste per flebo. Dipendenti in preda all’alzheimer vagavano persi tra archivi e corridoi…qualcuno non fu mai ritrovato. c’è chi giura di sentirlo di notte vagare nei corridoi della sede mentre urla “datemi la mia pensione” mentre altri giurano di averlo visto al porto di Genova chiedere un passaggio per la Giamaica. Dopo anni di faldoni, scartoffie e carte voleva provare le cartine. Allo sportello fu aggiunta un’altra faccina alle tre che identificavano il grado di soddisfacimento dell’utenza, questa:




Era collegata direttamente con il 118 (ormai da anni non più servizio pubblico e appaltato a una cooperativa cinese della provincia Qinghai…non arrivava mai in tempo) e l’utente era tenuto a premerla ogni qualvolta l’ottuagenario sportellista crollava aldilà dello sportello......

venerdì 28 maggio 2010

LA LEGGE DELLE CRICCHE

Berlusconi e Tremonti dicevano che la crisi era solo "percepita". Ieri Gianni Letta ha preannunciato «sacrifici duri». Il premier, quando si tratta di dare cattive notizie, sta a casa.
Il governo pensa di far fronte alla pesantissima crisi economica (quella che fino a pochi mesi fa - dicevano Berlusconi e Tremonti - era solo percepita, una litania iettatoria dei comunisti uccelli del malaugurio: quella) con tagli e misure che Gianni Letta definisce «sacrifici duri», il presidente del Consiglio quando si tratta di dare cattive notizie sta a casa che fa brutta impressione e cala nei sondaggi. Se lo dice Letta è meglio, vai avanti tu. Due o tre esempi dei duri sacrifici che questo giornale da molte settimane anticipa: blocco degli stipendi dei dipendenti pubblici, blocco degli organici della scuola, taglio del 50 per cento dei contributi pubblici ai partiti politici (tanto ci sono partiti che non hanno bisogno del denaro pubblico, usufruiscono di quello privato. È agli altri che si vuol togliere l'ossigeno) e naturalmente, com'è nella filosofia del governo del fare - fare un po' quel che ci pare - un altro bel condono edilizio, questa volta lo trovate sotto la dicitura «sanatoria catastale», meglio confondere i nomi che così la gente non capisce: chi ha fatto il furbo ed ha costruito in barba alla legge ha fatto bene, come si sa basta avere i soldi e pagare la multa, chissenefrega delle regole, quelle sono per i poveracci. Il ministro Gelmini suggerisce intanto che le scuole potrebbero riaprire ad ottobre, così i bambini potranno fare tante belle vacanze e se ne avvantaggerà la coesione familiare e l'industria del turismo. Pazienza per la didattica, tanto la cultura e l'educazione sono beni inessenziali e generalmente privilegiano la sinistra, istruirsi rende infine capaci di pensare e perfino di criticare, una volta diventati adulti, meglio di no. Non dice, il ministro, chi pagherà agli italiani a reddito bloccato e ancor più a quelli che vedono oggi svanire la speranza di avere un impiego la pensione completa al mare o l'ostello in montagna per tutta la famiglia da giugno a ottobre, sono quattro mesi di belle vacanze, i bimbi per quattro mesi a casa in un appartamento al quarto piano è difficile tenerli, bisognerà pure portarli all'aria e dar loro nel frattempo da mangiare, son cose che costano. Non deve averci pensato.
La premessa per dire che in questa situazione - ce ne sarebbero di cose a cui pensare, non trovate? - quel che toglie il sonno, letteralmente, alla maggioranza parlamentare di governo opportunamente istruita dal comandante in capo ed impegnata in queste ore in estenuanti sedute notturne è fare una legge che vieti ai giornali, al web, alle tv (ma di quelle non c'è da preoccuparsi, ormai, l'opera è quasi completa) di dare notizie. Per l'esattezza cattive notizie, che le previsioni del tempo si potranno continuare a dare in tranquillità e anche i casi di letargia improvvisa dei delfini ed ogni sorta di strano ma vero di quelli che, spiegava l'altro giorno il direttore del Tg1, tengono gli italiani incollati alla tv e consentono a lui di non farsi scavalcare negli ascolti. Bene, per il Tg1, che ha comunque perso in pochi mesi un milione di spettatori ma si sa che la Rai è un'azienda pubblica mica un editore, se i risultati sono scarsi è persino meglio per la concorrenza e comunque se c'è da pagare un prezzo lo paghiamo noi col canone.
No, sono le altre notizie che non si dovranno più dare: quelle che raccontano di corruzione e di malaffare, di mafie, di abusi e stupri, di omicidi, di violenza. Basta, non se ne parli più. Con meccanismi che prevedono multe esose agli editori, e che dunque mettono alla fine gli editori (quelli piccoli, quelli che non controllano i tre quarti del mercato come ad altri, diciamo pure ad uno, capita) nelle condizioni di far pressione sui direttori e dunque sui giornalisti perché evitino di scrivere qualcosa che possa risultare così caro da far chiudere. In sostanza: il problema per questo governo non è la cricca di corrotti ma chi ne parla. Non le mafie che uccidono e fanno affari ma chi ne scrive. Non chi violenta i ragazzini ma chi lo comunica, diffondendo evidentemente cattivo umore. La privacy non c'entra niente. Le leggi sulla privacy esistono e basterebbe applicarle. E' una legge che non protegge nessuno se non chi delinque. E' una legge per le cricche.
È talmente irragionevole, insensata e pericolosa che tutti i direttori di giornale si sono riuniti ieri, per lanciare l'allarme. Da destra e da sinistra, per una volta. Perché non c'è chi non veda come impedire la divulgazione delle notizie è l'anticamera del silenzio da cui non c'è ritorno, quello che sempre accompagna il declino delle libertà. Tutti i regimi hanno avuto in odio la libertà di parola, i regimi mediatici la manipolano e dove non possono arrivare comprandola la silenziano. Non è una battaglia dei giornalisti, questa. Non una battaglia di categoria. Il tema è la sorte degli italiani. In gioco, come capita nei momenti cruciali della storia, è la capacità di vedere il futuro nel presente e di individuare in questo momento, proprio in questo, il minuto esatto in cui cambia la qualità della società in cui viviamo. La fine della democrazia, per dirlo chiaro, così come l'abbiamo fino ad conosciuta.


P.S. Due parole, in margine, su di noi. Su questo giornale. E' sorprendente come proprio nel momento in cui il governo sferra l'attacco finale all'informazione ci sia chi, da sinistra, si gingilla a far dispetti a suocera perché nuora intenda, come nel vecchio costume che tanti danni ha prodotto al centrosinistra e che ancora, purtoppo, resiste. Ieri la cosiddetta Velina Rossa del collega Pasquale Laurito, che l'ultima volta che si è occupato di noi è stato per annunciare che la dicitura «Fondato da Antonio Gramsci» sarebbe scomparsa dalla testata in procinto di diventare giallina, ha parlato di questo giornale come del "Corriere dei Piccoli" della politica che non "esprime la linea politica" ufficiale del Pd. Dev'essere sfuggito alla Velina che da quasi due anni l'editore di questo giornale è Renato Soru, imprenditore, e che da molto tempo l'Unità non è l'organo ufficiale di alcuno ma al contrario un luogo aperto dove le opinioni e le posizioni interne al Pd e al centrosinistra si confrontano in libertà. Quanto ai piccoli, è possibile che chi non ha dimestichezza con le nuove tecnologie - un po' come Berlusconi che chiama Google Gogol - le consideri un passatempo da bambini. Il mondo cammina, intanto. Nell'ultimo anno l'Unità si è trasformata in uno dei più frequentati siti internet d'informazione d'Italia, centinaia di migliaia di persone visitano il giornale ogni giorno, ha raggiunto il primo risultato italiano e il quinto nel mondo nel rapporto tra utenti di Facebook e lettori, è il preferito dagli italiani sull'Iphone e presto arriverà su Ipad. Il giornale di carta ha avuto il miglior risultato di incremento di lettori nel 2009, ha superato i 350 mila, ed ha ottenuto l'Oscar dell'aumento di copie vendute tra i quotidiani nello stesso anno. Ciò nonostante, e per uscire dalle secche in cui altri l'avevano lasciato, ha affrontato una pesante ristrutturazione ed ha aumentato il prezzo di vendita, ciò che da febbraio ha comportato un fisiologico calo rispetto all'anno passato, unico dato di cui il Tg1, tanto per restare in tema, abbia dato notizia tra i molti elencati sin qui. La strada è certo molto lunga e in salita ma noi, con l'aiuto dei nostri lettori, la affronteremo. Anche a costo di violare le leggi di Berlusconi e di dispiacere alla Velina rossa. Lo faremo per i grandi e soprattutto per i piccoli: noi ce ne andremo prima, loro resteranno.

Concita De Gregorio